lunedì 13 agosto 2012

Team USA è ancora d'oro, ma onore alla Spagna

di Luca Ngoi


Sono state nuovamente le Olimpiadi di Team USA, che vogliate o meno aggiungerci un “Dream” all’inizio. Sta di fatto che lo strapotere a stelle e strisce è andato di scena anche a Londra, dimostrando che fino a quando scenderanno in campo quelli veri pensare a un piazzamento superiore al secondo posto per tutti coloro che non hanno scritto “USA” sulle maglie sarà quantomeno improbabile. Anche questa edizione dunque non ha fatto eccezione, con un cammino che ha visto Lebron e compagni attraversare senza grandi difficoltà sia la fase a gironi (nella quale hanno sofferto solo con la Lituania) sia la fase ad eliminazione diretta, nella quale hanno avuto la meglio dell’Australia prima e dell’Argentina poi prima di scontrarsi in finale con la Spagna.
Già, la Spagna di Sergio Scariolo, la squadra che più di tutte (insieme alla già citata Lituania) ha saputo stare in partita e giocarsela con quelli che possiamo tranquillamente battezzare come veri e propri marziani del campo da gioco. Le Furie Rosse hanno saputo calarsi immediatamente nel tipo di partita che avevano sapientemente preparato e che erano pronti a giocare da alcuni mesi. Gioco a metà campo, togliere la transizione e zona come se piovesse: questa la ricetta iberica per arginare gli americani, che nonostante tutte queste misure hanno sì faticato più del previsto, ma sono quasi sempre stati davanti, pur dando vita ad un match combattutissimo per più di tre quarti durante i quali le due squadre sono sempre state separate talvolta da uno, talvolta da due o tre punti ma sempre vicine nel punteggio: un vero e proprio spettacolo per i milioni di persone davanti alle tv di tutto il mondo, che hanno potuto gustarsi 40 minuti di basket giocato ad un livello tecnico e fisico appartenente ad un altro mondo.
Come passare sopra infatti alla classe infinita di Pau Gasol, MVP dei suoi, trascinatore ed interprete perfetto del ruolo di numero 4 del terzo millennio, capace di giocare spalle e fronte a canestro, dentro e fuori con una naturalezza che ti porta a definire facili cose al limite delle capacità umane. Buone notizie per i Lakers quindi, che ritroveranno uno spagnolo finalmente tornato ad un livello globale al quale non ci aveva sempre abituato durante questa stagione, in cui sono stati in molti a criticarlo per il suo atteggiamento un po’ “soft”, del quale però si sono perse le tracce in questi giochi, che hanno sancito anche (per restare in casa giallo viola) l’ultima partita con la Nazionale di Kobe Bryant, che ha dato l’addio alla maglia di Team USA così come farà di qui a pochi giorni anche coach K, del quale si sta ancora cercando il sostituto (Doc Rivers, John Calipari e Gregg Popovich sono tra i candidati più accreditati).
Per il resto abbiamo visto i soliti big: Durant a suo agio anche nel ruolo di leader maximo offensivo, Lebron che finalmente ha imparato a giocare anche per i compagni liberando le sue doti di passatore supremo e traendo comunque vantaggio a livello personale in attacco grazie a tagli fulminei ma precisi e semplici, ma insieme a loro sono stati decisivi i contributi (Kobe a parte) di Chris Paul con la sua sapiente regia, opportunamente alternata a quella di Deron Williams e ai lampi di atletismo di Russell Westbrook, che nel basket FIBA può tranquillamente ricoprire tre ruoli per doti fisiche e trattamento della palla. Da non dimenticare però anche gli Iguodala, i Chandler, persino gli Anthony Davis di questo mondo, che hanno saputo o dovuto mettersi nettamente in secondo piano per fornire un apporto più limitato e circoscritto ma in cui si sono comunque messi in luce come pedine efficaci.
Potrebbe essere stata l’ultima volta che abbiamo visto il vero Team USA, quello con le grandi stelle della NBA, perché si fanno sempre più insistenti le voci che a Rio i vertici americani siano convinti a portare una selezione formata da ragazzi under 23 ai quali dare una vetrina internazionale (forse la massima espressione a livello cestistico dopo le Finali NBA) e ai quali far mettere in bagaglio un’esperienza globale di gruppo come quella delle Olimpiadi, il massimo a cui un atleta di qualsiasi sport può aspirare. Ognuno è libero di pensarla come vuole a proposito di questa iniziativa, che lascia alcuni (me compreso) favorevolmente colpiti e altri più critici. Personalmente non credo che vedere all’opera ipotetici Kyrie Irving, Demarcus Cousins, Greg Monroe, Brandon Knight, Evan Turner, Stephen Curry (e l’elenco potrebbe continuare ancora) tutti insieme in un contesto diverso da quello NBA e che li metta a confronto con i migliori giocatori europei ed internazionali possa fare così male: si limiterebbero le scoppole tipo il +83 contro la Nigeria e la competizione sarebbe in generale più aperta, inoltre con il tecnico giusto in panchina, che sappia valorizzare nel modo giusto un gruppo di giovani ragazzi, sono sicuro che ci divertiremmo quasi in maniera eguale alla squadra con i Durant e i Lebron, ai quali diciamo comunque grazie: ci avete regalato l’ennesima prova del perché amiamo questo sport.

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